2011 IN ROSSO PER LE MICROIMPRESE, INVESTIMENTI SOLO PER UNA SU 5


Antonio Vanuzzo e Carlo Manzo

Le migliaia di microimprese con meno di 10 dipendenti sparse sul territorio italiano sono congelate. Secondo i dati dell’Osservatorio Crif – Nomisma, solo una su cinque ha dichiarato di aver fatto investimenti nel 2011, la più bassa percentuale dal 2007 a oggi. In leggera controtendenza i piccoli imprenditori del Sud e del Centro Italia, che hanno investito più della media nazionale. I motivi stanno nel calo degli ordini e della domanda interna, oltre che dall’incertezza del quadro macroeconomico. Al contrario, sale la percentuale delle società con crediti in sofferenza.

27 febbraio 2012 – 09:30

Le microimprese italiane sono completamente ferme. Gli investimenti degli operatori economici con meno di dieci dipendenti e un fatturato inferiore ai 2,5 milioni di euro crollano ai minimi dal 2007. Salgono, invece, i tassi di sofferenza, i tassi di decadimento e il numero delle insolvenze. Trasporti, edilizia, servizi e opere pubbliche i settori più rischiosi, mentre la peggiore qualità del credito si registra al Sud.

Sono questi, in sintesi, i principali dati che emergono dall’Osservatorio sulla finanza per i piccoli operatori economici realizzato da Crif e Nomisma. Il quadro che emerge dall’indagine, condotta sulla base di Eurisc, il sistema di informazioni creditizie di Crif che raccoglie informazioni su oltre 8 milioni di posizioni creditizie attribuite a utenti business, e da Nomisma sulla parte che riguarda gli investimenti, evidenzia una situazione allarmante per la maggior parte dei piccoli imprenditori sparsi sul territorio nazionale.

La percentuale di quanti hanno dichiarato di aver fatto investimenti nel 2011, infatti, è scesa al 19,3% del campione, in costante calo dal 2007, quando faceva investimenti un operatore su tre. A dispetto delle cronache economiche, sono le piccole imprese del Sud e del Centro Italia a investire in misura maggiore rispetto alle altre macroaree italiane (19,9%), a seguire quelle del Nord Ovest (19,6%) e, per ultimo, da quelle del Nord Est (18,4%).

La principale ragione di questo calo sta nella flessione della domanda interna (per il 63,2% degli intervistati) e dalla difficoltà di reperire risorse (22,7%) tanto per il peggioramento del quadro macroeconomico quanto per i mancati incassi da parte dei clienti. Una situazione che incide notevolmente sulla programmazione del ciclo di investimenti, che interessa soltanto il 17% delle microimprese.

La contrazione degli ordini assottiglia i margini delle imprese, che non riescono a rimborsare i prestiti erogati dalle banche. A settembre scorso il tasso di sofferenza (almeno 6 rate scadute e non pagate) è salito al 10 per cento del totale, mentre il tasso di decadimento (l’incidenza delle nuove posizioni in sofferenza rispetto a un portafoglio di posizioni in bonis all’inizio del periodo di rilevazione) a 180 giorni è cresciuto del 3,62% del totale –dopo essere sceso nel primo semestre dell’anno scorso – mentre quello a 90 giorni si è assestato a quota 5,38%, in linea con il secondo trimestre del 2011.

Analizzando i dati a livello geografico, lo studio evidenzia che il tasso di sofferenza è più alto in Centro Italia (10,24%) e al Sud (11,29%), mentre a Nord Est e a Nord Ovest le percentuali scendono rispettivamente all’8,73% e al 9,69 per cento.
La maggior parte delle valutazioni del merito creditizio di una microimpresa (>60%), rileva da ultimo Crif, non si basano su dati economico-finanziari ma sulla storia dell’impresa e su quella personale del suo titolare.

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