ricette per la crescita: investire in capitale umano, PIÙ INGEGNERI E MENO FILOSOFI


Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

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C’è un modo per far crescere il reddito senza poter attivare la leva fiscale e monetaria: investire in capitale umano.

I nostri giovani investono nei campi sbagliati. In grande maggioranza fanno studi umanistici e non scientifici o manageriali, dove ci sono più opportunità di lavoro e di crescita professionale.

La mancanza di sbocchi lavorativi per i laureati italiani è un problema serio. Tuttavia, a renderlo ancora più grave contribuiscono le scelte dei giovani, che spesso si orientano verso le facoltà umanistiche tralasciando quelle scientifiche o manageriali. Dovremmo invece seguire l’esempio di Singapore, un paese che non ha risorse naturali, ma che negli ultimi anni è cresciuto più dell’Italia.

Perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti.

Il Corriere della Sera ha di recente pubblicato un articolo dal titolo “I laureati italiani? Sempre più disoccupati”. Ovviamente, la mancanza di sbocchi lavorativi in Italia è un serio problema. Però credo che sia reso ancora più grave dalla scelta improvvida della facoltà universitaria.

IL CAPITALE UMANO DI SINGAPORE

Alla University of Pennsylvania, gira un libretto universitario spettacolare: doppio major (laurea, diciamo) in economia e matematica, tutti A (il voto più alto possibile), e percorso universitario finito in tre anni invece di quattro. A chi appartiene questo libretto? A Jasmin Lau, studentessa di Singapore, una delle due arrivate quell’anno a University of Pennsylvania con una borsa di studio dello Stato di Singapore.
L’aneddoto rivela un fenomeno più generale. Singapore sta facendo qualcosa di buono con i suoi studenti. Infatti, se guardiamo i punteggi Pisa del 2009 gli studenti di Singapore risultano secondi al mondo per capacità matematiche, mentre l’Italia è al trentaquattresimo posto in classifica.

Singapore è anche una delle nazioni cresciute più velocemente negli ultimi trenta anni, e infatti ha ampiamente scavalcato l’Italia per Pil pro-capite.

 Le due cose sono collegate: Singapore cresce non perché abbia risorse naturali–non ne ha–ma perché ha capitale umano.

COSA STUDIANO A SINGAPORE?

E allora, se Singapore ha capito tutto dell’istruzione, perché non andare a guardare cosa studiano i suoi studenti? In particolare la distribuzione degli studenti fra le diverse discipline di studio perché una cosa che ha sempre colpito dell’Italia è quante persone studiano discipline come Filosofia, che hanno scarsi sbocchi lavorativi.
La seguente tabella incrocia i dati Istat sulla tipologia delle lauree rilasciate nel 2004 da corsi di 4-6 anni, con i corrispondenti dati per Singapore. La tabella riporta le percentuali di laureati per disciplina:

  • i laureati italiani si concentrino su discipline umanistiche
  • quelli di Singapore si concentrano su discipline scientifiche e manageriali

Se prendiamo Singapore come un modello di una nazione che vive di capitale umano, che mi sembra debba essere la vocazione dell’Italia, vediamo che non solo c’è una differenza di livello di istruzione (vedi i punteggi Pisa), c’è anche una differenza di composizione della corte dei laureati.

Non è dunque troppo sorprendente che un sistema come quello di Singapore, che produce il doppio (in proporzione) dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti, sia più capace di innovare e di crescere.

MA L’UMANESIMO PAGA?

Perché gli studenti italiani sono così sbilanciati a favore delle discipline umanistiche, non solo rispetto a Singapore, ma anche rispetto a qualsiasi concezione realistica della composizione della domanda di lavoro?

È possibile che, in una maniera o nell’altra, tutti gli umanisti che produciamo se la passino meglio degli scienziati?

La tabella seguente riporta un altro dato sul campione dei laureati italiani di cui alla tabella precedente: la percentuale dei laureati in ogni disciplina che, a tre anni dalla laurea, avevano un lavoro di tipo continuativo, dipendente, e a tempo indeterminato, il mitico “posto fisso” insomma.
La tabella evidenzia considerevoli discrepanze che vanno più o meno nella direzione che ci si aspetterebbe. Eccetto per i geo-biologi, i laureati in tutte le discipline scientifiche hanno una probabilità di impiego fisso superiore al 50 per cento, così come i laureati in discipline economico/manageriali. Nessun’altra disciplina raggiunge la soglia del 50 per cento.

La tabella dà un quadro netto.

Tenendo a mente la cautela interpretativa, la tabella dà comunque un messaggio:

le discipline umanistiche non pagano, quelle scientifico/manageriali sì.

Per essere più precisi, è più facile trovare un lavoro dipendente a tempo indeterminato laureandosi in scienze o economia, che non in discipline umanistiche.

In conclusione: è vero che è difficile trovare lavoro, però è vero anche che la popolazione investe nel tipo di capitale umano meno vendibile sul mercato del lavoro.


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