«Danieli investirà in Friuli per evitare il declino»


«Danieli investirà in Fvg per evitare il declino»

Il presidente Benedetti: converrebbe all’estero ma c’è una questione etica. «Non c’è futuro per il manifatturiero senza tagli a tasse e spesa pubblica»

BUTTRIO. Un’azione più incisiva nel taglio della spesa pubblica, della burocrazia e delle tasse; interventi coraggiosi sulle liberalizzazioni; la convinzione che se non si premia il merito si fa un danno al Paese e l’auspicio che il governo Monti possa fare un altro giro. È il Gianpietro Benedetti-pensiero a poche ore dalla presentazione del bilancio del gruppo.

Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

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Presidente da quanti anni è alla guida della Danieli?

«Sono alla Danieli dal 1961. Prima come disegnatore particolarista, poi progettista macchine, project manager, avviatore impianti, responsabile tecnologie di laminazione. Dal ’76 direttore vendite, dall’80 responsabile Centro ricerche ed uffici tecnici, dall’85, con Cecilia Danieli, CEO responsabile dell’azienda».

Non le viene mai voglia di smettere?«Alcune volte sì, ma sostanzialmente mi diverto, avendo passione per il lavoro che faccio e forse anche per senso di responsabilità inculcatami dai genitori».

Esiste un dopo Benedetti e che percorso ha fatto?

«L’azienda è divisa in product lines ed ogni product line, che è un’azienda nell’azienda, avendo il suo conto economico, ha un management dedicato. C’è chi le coordina. Le posizioni di management sono per lo più coperte da persone con anzianità aziendale dagli 8 anni in su e che hanno progredito per merito, assumendo responsabilità via via più complesse e globali».

Un giudizio sul governo Monti: tasse, lotta all’evasione, ma poche iniziative per rimettere in moto l’economia.

«La mia è solo un’opinione: il governo Monti ha ben operato. Perseguire la cosiddetta agenda Monti è un must, non c’è altro da fare se non vogliamo fare la fine della Grecia; non c’è altra soluzione per ottenere le garanzie dall’Europa sul nostro debito pubblico e mantenere lo spread basso. Se lo spread si alza, i nostri sacrifici serviranno solo a pagare gli interessi. Il presidente Monti può cogliere dalla crisi l’opportunità di tentare di allinearci ai migliori standard del centro e nord Europa, almeno parzialmente. Paesi che hanno servizi, amministrazione e finanza pubblica tali da migliorare livello e qualità media della vita. Una società più equa, con la massima trasparenza e sobrietà della politica e delle spese della pubblica amministrazione. Purtroppo il governo Monti non ha il tempo necessario per poter fare tutto quello che serve. Sarebbe auspicabile che potesse rimanere almeno per un’altra legislatura. Avremo problemi molto seri per il paese se il prossimo governo non sarà stabile, credibile e capace di perseguire il solco europeo tracciato dall’agenda Monti. Se non percorreremo questa strada non fermeremo il declino del Paese e saremo più poveri, con una società ancor più squilibrata».

C’è una cosa che si aspettava da questo governo e che non è arrivata?

«Certo sarebbe stata auspicabile un’azione più incisiva nel taglio della spesa pubblica che sin qui si è limitato al 2/3% anziché al 20/25%, possibile e necessario. Per non parlare della burocrazia, insita in alcune parti della pubblica amministrazione e in politica, dei costi che queste burocrazie inducono, corruzione inclusa. Su questo tema va aggiunto che la burocrazia che abbiamo sarebbe ancor più distruttiva se nell’organico non ci fossero persone che operano professionalmente e che decidono. Peccato che siano a loro volta limitate, soffocate dal sistema stesso».

E per la cosiddetta “liberalizzazione”?

«Poco, troppo poco. Troppe sono le aree protette e sovradimensionate. Troppe le municipalizzate, con tutto quello che includono. Ma alla fine il governo è governato anche da Camera e Senato, con i loro interessi, oligarchie e quant’altro e, in aggiunta, come se non bastasse, è anche governato da 2.000 miliardi di debito. Soldi mal spesi, a quanto pare, con uno standard di vita per alcuni al di sopra delle possibilità, o meglio, della creazione di valore reale di loro pertinenza, troppe sovvenzioni a pioggia, dirette o indirette. Oggi è impossibile rilanciare la crescita aumentando il debito. Vanno riqualificate le spese e, con i risparmi, si può e si deve rilanciare l’economia».

Cosa ne pensa dell’aumento dell’Iva?

«È ok se accompagnata dal taglio della spesa pubblica e dall’Irpef».

Il sistema produttivo può essere competitivo, in questa Italia, rispetto al resto del mondo?

«Il sistema manifatturiero italiano oggi non è competitivo. Siamo gli ultimi in Europa e dietro molti Paesi in via di sviluppo. Vanno attuate le riforme che spesso, però, sono un compromesso perché espressione del Parlamento e del sistema che abbiamo. Servono, eccome, le riforme che, se fatte un’altra volta a metà come nelle crisi degli anni ‘80/90/2000, per tamponare e non risanare la situazione, ci indeboliranno ulteriormente, così come in ogni crisi del recente passato, e il declino continuerà».

Quindi, che futuro per il sistema industriale italiano?

«C’è poco futuro per il sistema manifatturiero italiano, se non si agisce su burocrazia, spesa pubblica, costo della politica e giustizia per snellire il sistema, ridurre le tasse, altrimenti il sistema continuerà a indebolirsi e il Paese a diventare più povero, non producendo il Pil necessario. È sufficiente analizzare in regione cosa è successo negli ultimi 20/25 anni alle aziende più importanti: quante ne sono scomparse o come si sono ridimensionate e continuano a ridimensionarsi. Tutto questo mentre nessuno, o pochissimi, investono, soprattutto dall’estero. Questo vale per l’Italia intera e una ragione ci sarà!».

Meritocrazia: perchè in Italia non esiste un sistema che si basa sulle capacità?

«Il sistema Italia da 30-40 anni va avanti per anzianità e non per merito, anche nei sistemi pubblici, spesso organizzati nell’interesse di chi ci lavora e non per essere un servizio pubblico pagato con le tasse dei cittadini. È auspicabile che i cittadini facciano proprio il concetto che, se non si tiene conto del merito, si fa un danno al Paese, si bruciano le energie migliori su cui il paese dovrebbe poter contare per crescere. Si deve insistere nell’azione di ripristino del merito che timidamente sta prendendo corpo».

In un simile contesto perchè continuare a investire in Fvg; perchè fare azienda in Italia?

«Se l’Abs e la Danieli non investono, perderanno progressivamente competitività e dovranno ridimensionarsi, almeno in Italia. Per la Danieli abbiamo investito all’estero e abbiamo bilanciato la scarsa competitività del sistema Paese, ma stiamo investendo anche nell’officina di Buttrio perché, se nel tempo sarà ancor meno competitiva, l’economia obbligherà a ridimensionarla. Stiamo investendo anche in un nuovo centro ricerche. Per quanto concerne l’Abs, valgono gli stessi parametri. Certo converrebbe investire quanto previsto in Croazia: costa meno, c’è disponibilità di energia, ecc. Ma ciò significherebbe dare il via al declino dell’Abs Cargnacco, azienda che negli ultimi anni ha progredito, che ha raggiunto buoni risultati, di qualità e organizzativi grazie ad un forte impegno della squadra Abs. Sarebbe anche poco etico nei confronti della stessa squadra dare inizio a un ridimensionamento».

Qual è il piano di investimenti all’Abs?

«Siamo partiti con 80-100 milioni di euro in Croazia, e con l’idea d’investire nei laminatoi e nelle officine meccaniche Abs per altri 300 milioni, anche se la produzione ci costerà, ogni anno, circa 15 milioni di più rispetto alla Croazia. Cercheremo, però, di ridurre questo svantaggio, con l’ottimizzazione organizzativa e l’aumento del valore aggiunto. Ciò, auspicabilmente, dovrebbe evitare il declino di Cargnacco. Attendiamo la disponibilità dell’energia che non c’è, dato che la famosa linea elettrica esistente è satura e non permette di alimentare impianti aggiuntivi, né per l’Abs né per altri. Su questo tema si è detto di tutto e di più, o per scarsa conoscenza o per opportunismo, ma spesso chi parla non paga dazio. Credo ci voglia maggior responsabilità da parte di tutti. Dopo sarà tardi, come si dice, piangere sul latte versato».

Oggi presenta il bilancio: che messaggio darà ai soci?

«Dobbiamo migliorare per guadagnarci il futuro in un mercato ormai globale, ma penso che la squadra Danieli sia conscia e motivata a fare quanto serve».

Ha mai pensato di fare politica; di guidare la Confindustria Fvg, per esempio?

«No, perché non ho le capacità che servono per farlo adeguatamente».

Terza corsia sì, terza corsia no: la polemica è suoi costi che la Regione si deve accollare interamente (2,2 miliardi).

«Credo che la terza corsia sia utile se l’opera si paga. Suppongo che per essere finanziata ci sia uno studio di fattibilità e va fatta. Il resto può essere retorica o opportunismo. Al Paese servono infrastrutture, energia, servizi, se vuole rimanere in Europa».

Tondo sostiene che basta una sola Provincia per il Fvg, l’Api suggerisce anche l’accorpamento dei piccoli Comuni.

«Come già detto, il costo della struttura amministrativa pubblica va diminuito. Ridurre Province e Comuni è una delle possibilità e credo vada perseguita. In Friuli siamo quasi 1,3 milioni di persone. Mi pare che lavorino soltanto 450.000 persone circa, pari al numero dei pensionati; 80/90.000 nella struttura pubblica, sanità e forze dell’ordine incluse. È probabile che, comunque, saremo obbligati a razionalizzare il sistema. Anche la Confindustria potrebbe riflettere se passare da quattro associazioni provinciali, più una regionale, a una sola. Servirebbe per risparmiare e dare un esempio, per pretendere poi lo stesso dall’amministrazione pubblica. Abbiamo 2.000 miliardi di debito più gli interessi, rendiamoci conto che se non riqualifichiamo le spese e non miglioriamo la competitività per esportare, diventeremo ancor più poveri».

La specialità del Fvg é messa a rischio dalla spending review. Tondo accusa Monti di non tenere conto dei nostri meriti: il sistema sanitario interamente a carico della Regione, per esempio.

«Probabilmente il governatore Tondo ha ragione a protestare, ma anche lui, credo, sia condizionato dalla burocrazia, dalla tipologia di Parlamento. Il governo centrale deve tagliare i costi, pena il tracollo, e non ha tempo. Lo fa dove può e spesso ciò che fa potrebbe non essere il meglio e non essere equo. Quindi i temi come la specialità non sono prioritari. Prioritario è tirarsi fuori da questa situazione (stiamo migliorando) e, con i risparmi, rilanciare l’attività economica per produrre più ricchezza e migliorare il benessere medio. Come spesso accade nella vita, a chi fa di più si chiede di più, perché alla fine si ritiene che in qualche modo ce la farà, anche se probabilmente non è giusto. In questo caso anche perché ci sono Regioni che continuano a spendere ben di più e in tutti i modi, come si sta evidenziando, e senza produrre valore aggiunto. Quindi tagliare più di tanto in quegli enti diventa impossibile, se non riducendo tutto in macerie. Forse andrebbe attuato un federalismo di qualità, perché quanto sin qui fatto pare funzioni poco e molto male. Per concludere, dovremo riqualificare le spese della struttura che ci sta sopra, enorme e burocratica, struttura che in qualsiasi azienda o attività porterebbe al fallimento (rischio che corriamo). Dovremo lavorare meglio e qualcuno anche di più, e così facendo potremo riprendere a crescere e stare meglio».

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