Finte partite Iva, la riforma per stanarle resta lettera morta


Lo scorso luglio è entrata in vigore la riforma del lavoro, che ha introdotto alcune norme per identificare le “finte partite iva” e trasformarle in collaborazioni a progetto (ed eventualmente, con un secondo passaggio, in rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato). Ma molto resta da fare.

Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

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Come le imprese committenti e i professionisti autonomi stanno reagendo alle nuove regole?

La riforma del lavoro ha voluto mettere un freno al fenomeno dell’utilizzo della collaborazione autonoma a partita iva come mezzo opportunistico da parte delle imprese per contenere il costo del lavoro, poiché questa modalità di lavoro non prevede compensi minimi né il pagamento di oneri previdenziali da parte del committente. I criteri individuati dalla riforma per definire un finto lavoratore autonomo sono complessi.
Secondo la nuova legge viene definita un’area critica che può nascondere le “false partite Iva”, entro cui applicare 3 criteri che le identifichino in maniera presuntiva l’esistenza di una situazione di dipendenza economica.
L’area critica è costituita dalle attività professionali

  • che hanno un fatturato inferiore a 1,25 volte il livello minimo imponibile ai fini della contribuzione di commercianti e artigiani ( 18.663 euro per il 2012)
  • ed il cui esercizio non richiede l’iscrizione ad un ordine professionale, o albi (incluse quindi le professioni svolte da ordinisti, ma che non necessitano l’iscrizione, es. la formazione svolta da uno psicologo).

Entro quest’area “critica” si parlerà di “finte partite iva” se per due anni consecutivi valgono due dei seguenti tre criteri:

  1. la monocommittenza, ovvero se l’80% o più del proprio fatturato nell’anno di imposta dipende dal principale committente,
  2. avere una postazione fissa presso la sede del committente,
  3. lavorare con continuità per il committente (commesse superiori agli 8 mesi).

Se si ricade nelle condizioni di “finta partita IVA” , il contratto sarà trasformato in collaborazione a progetto, a meno che il committente non fornisca prova di una situazione di reale autonomia.
Se però non risultasse coerente con le norme della collaborazione a progetto scatterebbe una nuova trasformazione del contratto da collaborazione a progetto a lavoro dipendente a tempo indeterminato (sempre che il committente sia privato, se invece fosse pubblico questo secondo passaggio non è previsto).

L’indagine Acta (Associazione consulenti terziario avanzato) appena conclusa fornisce alcune prime indicazioni. Quali sono i comportamenti osservati tra i committenti? La percentuale più rilevante dei rispondenti (694, dopo aver escluso chi lavora con contratto di collaborazione a progetto) segnala che i committenti stanno temporeggiando, spesso rinviano i contratti perché non sanno come fare, qualche volta chiedono al professionista suggerimenti su come procedere.

La prima reazione concreta, messa in atto da quasi un committente su cinque, è la riduzione della durata dei contratti (ad esempio contratti che prima si dispiegavano su 12 mesi sono stati concentrati su 8 mesi), associata in qualche caso all’eliminazione della postazione fissa. Queste due condizioni (durata e postazione fissa), a differenza della terza condizione (peso del cliente principale non superiore all’80% del fatturato) sono controllabili dal committente e, se rispettate entrambe, evitano che, in base alle nuove norme, la consulenza ricada in automatico nella situazione di “finto lavoro autonomo”.

Qualche committente cerca invece di risolvere il problema alla radice, con l’eliminazione delle prestazioni d’opera, eventualmente suggerendo ai freelance fornitori di assumere una diversa organizzazione. Infine alcuni committenti hanno richiesto ai propri consulenti dichiarazioni che certificano di non ricadere nelle situazioni dubbie, ovvero di non essere monocommittenti o di superare il fatturato di 18.663 euro annui (che valore possono avere tali dichiarazioni?). I professionisti che ritengono di essere “finti autonomi” segnalano reazioni più intense, come mostra il grafico successivo.

Ma chi sono i “finti autonomi”? Si definiscono in questo modo il 16,7% dei rispondenti e sono più presenti nell’area della pubblicità e dell’Ict, tra i nati negli anni ‘70 e ‘60 (molto meno presenti tra i più anziani e, inaspettatamente, anche tra i nati negli anni ’80), mentre non ci sono significative differenze di genere.

L’autodefinizione di “finti autonomi”, tuttavia, non necessariamente coincide con i parametri adottati dalla legge. Mentre quest’ultima utilizza principalmente il criterio della monocommittenza, l’autopercezione dei lavoratori rispetto alla propria identità e autonomia (rilevata con una domanda aperta) fa riferimento soprattutto a un lavoro che è pagato sulla prestazione (e non sul tempo) e che lascia completa autonomia nel decidere se, come, dove, e quando lavorare.

Infatti chi si sente un vero lavoratore autonomo sottolinea principalmente:

– la libertà di scegliere se accettare o meno un lavoro e di decidere con chi lavorare
– la possibilità di definire i propri tempi e luoghi di lavoro (anche quando si sceglie di lavorare presso il cliente)
– non avere rapporti esclusivi, anche se spesso vi sono clienti prevalenti
– autonomia decisionale
– il fatto di negoziare termini e condizioni del contratto
– una scelta di vita
– mettersi in gioco
– compenso legato al risultato e alle proprie competenze
– nessuna prevedibilità e discontinuità del lavoro

Al contrario chi si percepisce come un dipendente camuffato, sottolinea:

– la costanza mensile dei pagamenti
– la richiesta di presenza quotidiana, rispetto di orari e luoghi
– un unico committente
– molti colleghi che svolgono gli stessi compiti con la stessa organizzazione del lavoro
– assenza di autonomia nella definizione di obiettivi, luoghi, tempi e compensi non pattuiti ma stabiliti

C’è chi poi più polemicamente si ritiene non autonomo perché non in grado di mantenersi con il proprio reddito, perché non può decidere se aderire ad una cassa previdenziale, perché non può decidere quanti clienti avere e per quanto tempo, sottolineando quanto spesso i vincoli che la riforma ha posto a tutela del lavoratore, siano invece condizioni che rendono difficile conservare la propria reale autonomia imprenditoriale.

Quali invece le reazioni dei professionisti alla riforma?

Oltre la metà di chi ha risposto (52,6%) non pensa ad alcuna modifica, il 18,6% ha l’obiettivo di cambiare qualcosa, il 28,8% ci sta pensando. Chi non si mobilita, nella generalità dei casi (92,8%) è fuori dai paletti posti dalle nuove norme, perché ha più committenti (64,7%) e/o supera il limite di reddito di 18,663 euro annui (62,8%). Meno numerosi coloro che sono impermeabili alle nuove norme grazie all’ombrello dell’ordine professionale (9,9%) o che lavorano solo occasionalmente (8,3%). Chi invece si sta organizzando, pensa soprattutto (circa i ¾) ad aumentare il numero dei clienti e uscire dalla situazione di monocommittenza; in tanti (quasi la metà) hanno in progetto di costituire una società. Una quota minoritaria ma non irrilevante, ha invece strategie di ripiego. Il18,8 % ha in progetto la chiusura dell’attività e un altro 32% cita altre strategie , che includono principalmente la fuga all’estero e/o la fuga dal lavoro autonomo professionale.

Le strategie rinunciatarie sono più diffuse tra le “finte” partite Iva, quelle espansive tra le “vere”, come mostra il grafico successivo.

In conclusione, le imprese sono in allerta rispetto al problema, ma al momento una percentuale minoritaria di esse ha deciso come muoversi. La principale conseguenza è l’adozione di atteggiamenti elusivi tra le imprese committenti (soprattutto accorciamento della durata dei contratti), presenti anche tra i professionisti (creare una società), dove però è più frequente l’impegno ad acquisire nuovi clienti ed uscire dalla dipendenza economica, oppure a gettare la spugna e guardare altrove.

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