Myanmar, il treno della crescita è partito ma per una volta la Cina rischia di perderlo


L’apertura di Myanmar al mondo, iniziata nel 2011, è uno degli avvenimenti più incoraggianti degli ultimi anni: il paese registra ancora alti tassi di povertà, ma il flusso di capitali dall’estero cresce. Col paradosso che la Birmania è un treno, e la Cina, per una volta, rischia di perderlo.

Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

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Il 16 giugno scorso, 21 anni dopo essere stata insignita del Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi è finalmente potuta andare a Oslo per riceverlo; pochi mesi dopo il presidente, Thein Sein, ha confermato di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la sua ferma intenzione di consolidare il processo di democratizzazione. Le visite di dignitari stranieri si susseguono: da Obama a Ban Ki-moon, passando per Cameron, Barroso, capi di stato e di governo asiatici, ministri degli Esteri europei tra cui Terzi. Non a caso per il primo viaggio all’estero del nuovo esecutivo giapponese è stato quello di Taro Aso, il ministro delle Finanze, in Myanmar a inizio gennaio.

Pur lento e contrastato, l’avvio di riforme economiche fa affluire i capitali internazionali, ansiosi di penetrare quello che appare come l’ultimo mercato di frontiera, forte di una posizione strategica tra Cina, India e Asia del Sudest, vaste risorse naturali e una popolazione di 60 milioni. Investitori malesi e indonesiani stanno costruendo nuovi cementifici, i giapponesi si sono impegnati per le telecomunicazioni, i thailandesi sono stati i primi qualche anno fa con un grande progetto per una zona economica speciale nel Sud, un impianto petrochimico e un gasdotto. Dopo che la Coca Cola ha annunciato l’intenzione di investire, la Pepsi Cola ha fatto altrettanto.

Myanmar rappresenta una prova importante per la comunità internazionale. Un tempo si discuteva su chi, negli anni ’40, avesse perso il treno della Cina; adesso si assiste a una corsa alla diligenza per accreditarsi il successo della transizione birmana. C’è chi sostiene che a piegare la giunta siano state le sanzioni, che gli Stati Uniti e l’Europa imposero per punire la dura repressione dei movimenti democratici del 1998, e poi l’apertura che Obama ha promesso anche agli antagonisti più irriducibili di Washington in cambio di progressi reali. C’è chi invece vede la spiegazione nelle porte del dialogo che i paesi asiatici, e soprattutto l’Asean, hanno sempre lasciato aperte, soprattutto perché hanno finito col convincere molti sostegni del regime che Myanmar stava perdendo pericolosamente il treno dell’Asian Century.

Una tesi più cinica è che è sia stata la Cina a perdere Myanmar, confondendo il potere economico e politico che andava accumulando, con una licenza di fare qualsiasi cosa:

  • costruire infrastrutture scadenti con manodopera importata
  • inondare il mercato interno con prodotti di bassa qualità
  • sfruttare senza ritegno il patrimonio naturale alimentando la corruzione

Il risentimento di molti di fronte a questi comportamenti ha spinto Myanmar a cercare nuovi alleati e Thein a cancellare un mega-progetto idroelettrico. I cinesi si lamentano ora dell’ingratitudine birmana, anche se non sono certo scomparsi dalla scena – domenica 20 è stato annunciato che l’oleodotto dal porto di Kyaukpyu alla provincia di Yunnan, che permetterà di importare dal Medio Oriente senza transitare dallo Stretto di Malacca, sarà operativo in maggio.

Il primo Forum sulla Cooperazione allo Sviluppo, che si è svolto il 19/20 gennaio a Nay Pyi Taw, la nuova capitale in piena giungla, costruita dai cinesi all’inizio del nuovo secolo, ha permesso al governo di presentare le proprie priorità per gli anni a venire. È un’agenda ambiziosa e sofisticata: composta da un Piano nazionale di sviluppo integrato (Ncdp), in fase di elaborazione, da uno Schema per le riforme economiche e sociali (Fesr) e da programmi settoriali.

Il governo enfatizza una serie di misure che possono produrre risultati entro il 2015: si va da concedere autonomia operativa alla banca centrale, per guadagnare credibilità agli occhi della finanza internazionale, alla liberalizzazione delle telecomunicazioni per ridurre le lunghissime liste d’attesa per avere un telefonino e all’abolizione del divieto di circolazione per i motorini a Yangon. Il Ncdp includerà a sua volta quattro piani quinquennali, con obiettivi cifrati fino al 2031 di crescita economica e progresso nel raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio.

La data del 2015 per realizzare riforme a impatto immediato non è casuale: è l’anno delle elezioni presidenziali e il Partito unitario della solidarietà e dello sviluppo vuole giocarsi le sue carte ed evitare se possibile che si ripeta l’umiliante risultato delle mini-legislative di aprile 2012 – quando il partito di Aung San Suu Kyi ha conquistato 43 dei 45 seggi in palio. La legge non consente alla Lady di Rangoon di presentarsi, perché ha spostato uno straniero e i suoi figli sono nati all’estero, anche se non è detta l’ultima parola.

I paesi donatori sono pronti a fare la propria parte e sostenere il governo, ma non sono disposti a firmare un assegno in bianco e chiedono programmi solidi, processi trasparenti e risultati. La conferenza si è conclusa con l’approvazione di un documento, l’Accordo di Nay Pyi Taw, che impegna governo e comunità internazionale a contribuire allo sviluppo di Myanmar e combattere la povertà. Un documento che riconosce il ruolo della società civile e del settore privato, il contributo d’iniziative di capacity building – come non si stancano di ripetere i cinesi quando si parla di aiuto e cooperazione internazionale, per favorire lo sviluppo è molto più importante insegnare a pescare, piuttosto che regalare pesci – e l’importanza della cooperazione Sud-Sud.

E non potrebbe essere altrimenti dato che a Nay Pyi Taw erano presenti in massa non solo i donatori tradizionali (compresa l’Italia) ma anche i nuovi partner, compresi Cina, India, Indonesia, Malesia, Singapore, Tailandia, Turchia e Vietnam. Tutti concordano che il modello di sviluppo deve essere democratico e centrato sulla popolazione, applicando i principi della Busan Partneship for Effective Development Cooperation. Meno di una settimana dopo, un altro passo importante è stato l’accordo con i creditori del Club di Parigi per dimezzare il debito estero. Norvegia e Giappone sono andati anche oltre: ora Myanmar soddisfa le condizioni per collaborare nuovamente con la Banca mondiale e la Banca asiatica di sviluppo.

Certo, le sfide da affrontare sono molteplici. Lontano dagli alberghi carissimi e sempre pieni di Yangon, Myanmar è un paese ancora molto povero: gli indici di scolarità, salute e mortalità infantile sono inferiori a quelli nel resto dell’Asia sudorientale, il rispetto dei diritti dei lavoratori lascia molto a desiderare, il traffico di persone rimane una tragedia immane e i milioni di birmani che vivono all’estero (Thailandia soprattutto, ma anche Malesia, Kuwait, Corea) non godono sempre di protezione adeguata. La prospettiva di fare del paese un polo economico per la regione più dinamica dell’economia mondiale si scontra con la realtà – infrastrutture vetuste (mercoledì 23 un incidente di bus ha causato la morte di 16 persone) e corruzione diffusa (giovedì 24 l’ex ministro delle telecomunicazioni è stato messo agli arresti domiciliari) – e solleva interrogativi sulla sostenibilità ambientale.

In più, distante dalla sonnolenta tranquillità di Nay Pyi Taw si combattono con accanimento conflitti decennali. Certamente sono stati ottenuti progressi reali nei 22 mesi trascorsi dall’inizio dell’apertura e sono stati conclusi accordi di cessate il fuoco con dieci degli 11 movimenti etnici. Ma la situazione è fragile, soprattutto nello stato settentrionale del Kachin, dove le forze armate hanno recentemente lanciato un’offensiva terrestre e aerea per indebolire la Kachin Independence Army. Scontri sempre più intensi alla frontiera con la Cina, tanto che già in due occasioni degli ordigni sono atterrati oltre il confine. Pechino, temendo un’ulteriore escalation, ha invitato le due parti a implementare un cessate il fuoco, anche perché non sembra pronta a modificare la propria posizione sui rifugiati – chiudere le frontiere e rimpatriare chi è riuscito ad entrare nel Yunnan.

La tripla transizione di Myanmar – dalla dittatura alla democrazia, dalla chiusura economica alla globalizzazione, dal conflitto alla pace – non sarà immediata. Gli ostacoli sono alti e gli interessi in gioco sono molti e complessi. Ma la leadership delle autorità, l’impegno dei donatori, l’entusiasmo dei birmani, la posizione del paese, tutti questi elementi permettono di essere ottimisti. Dai risultati dipendono l’avvenire di milioni di persone che lottano quotidianamente per un futuro più degno e la credibilità dell’agenda multilaterale per la cooperazione allo sviluppo che assegna responsabilità a tutti gli attori.
from LK

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