Dai progetti infiniti alle false partite Iva Dopo la Fornero è ancora precariato


Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

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Continuano le storie di insicurezza di tanti giovani che aspettavano un cambiamento dalla legge sul lavoro. E la partita Iva diventa una strada per superare i vincoli della normativa. L’associzaione in partecipazione: quando il dipendente dovrebbe diventare padrone: “In realtà ho avuto solo gli svantaggi e non i vantaggi di questa formula”. Il punto di vista di partiti e forze sociali.

Stefano li sfoglia uno a uno, sembrano uno la copia dell’altro, leggendoli si capisce però che appartengono a momenti diversi. Sono le decine di contratti che in questi anni hanno scandito il suo tempo, pezzi di carta che hanno segnato gli ultimi anni della sua vita. Stefano ha 35 anni e da dieci lavora per conto di una cooperativa in una scuola, assiste i disabili. E’ un precario, è il simbolo di una generazione che ha percorso per intero il tunnel dell’insicurezza. Dal 2003 a oggi, dalla legge Biagi alla legge Fornero. Pensava che fosse finalmente arrivata la fine delle sofferenze: “Quando ho sentito che si voleva riformare il mercato del lavoro  –  racconta  –  mi sono detto: peggio di così non può andare. Avevo tante aspettative”. Ora a distanza di oltre sei mesi dall’approvazione della riforma del lavoro targata Elsa Fornero si dice “deluso”.  Nessuna novità se non un nuovo contratto l’ennesimo, a progetto.

Eterni progetti. Chi è assunto offre all’azienda la propria professionalità per raggiungere uno scopo determinato. Queste le linee guida, nate con la legge Biagi, che le aziende dovevano seguire per questo tipo di assunzioni. Tutta teoria perché  spesso chi firmava si è trovato di fronte a progetti molto “fantasiosi”. Da sistemare prodotti sugli scaffali, a rispondere al telefono nei call center fino a fare l’assistente ai disabili nelle scuole. La riforma Fornero si proponeva di cambiare questa situazione: “Il progetto  –  dice la legge – deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente” E ancora: “Il progetto non può comportare lo svolgimento dei compiti meramente esecutivi o ripetitivi”. E in caso contrario? La legge non lo specifica. “In teoria le aziende non sono più libere come prima  –  spiega Roberto D’Andrea della Nidil Cgil  –  la legge le blinda molto, ma non spiega i passaggi necessari da fare e così si continuano a prorogare contratti precari basati su progetti fittizi”.

Le false partite Iva. Sono un vero e proprio fenomeno del mercato del lavoro che tocca tutte le professioni: avvocati, architetti, ingegneri, solo per citarne alcune. Ma di quante persone si tratta? Il censimento è molto complicato e i dati più accurati risalgono ad anni prima della Riforma Fornero. Una ricerca dell’Ires (Istituto Ricerche Economiche e Sociali) parla di quasi nove milioni di posizioni Iva aperte, stando all’ottobre 2010, di cui sei milioni e mezzo attive. Per capire quante di queste siano da ritenere false l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) ha condotto un’indagine incrociando i dati dell’Istat con quelli forniti dalle cause sul lavoro e ha poi preso in considerazione molti parametri tra cui la monocommittenza e il reddito. Il quadro che ne esce è preoccupante: i falsi autonomi in Italia, tra partite Iva e contratti di collaborazione, sarebbero più di un milione.

Il testo della riforma è chiaro. Non può essere contrattualizzato come partite Iva chi realizza almeno due di questi tre presupposti: percepisce più dell’80% dei propri guadagni dallo stesso datore di lavoro, lavora per la stessa azienda più di otto mesi all’anno, ha una postazione di lavoro fissa.

Teoria e pratica non sembrano ancora coincidere. Le deroghe infatti sono molte: chi ha “elevate competenze”, chi è iscritto a un ordine professionale e chi guadagna più di 18 mila euro all’anno (vale a dire 1.500 lordi al mese) non rientra nei parametri. E in più per ritenere attendibili i controlli bisognerà aspettare almeno la fine del 2013. Il caso della Rai è emblematico. Quasi la metà dei lavoratori dei programmi radiotelevisivi resta a partita Iva. Centinaia tra tecnici, registi, autori e conduttori che ogni mattina si svegliano, vanno in ufficio, si siedono alla loro scrivania, e quando la lancetta dell’orologio scatta, tornano a casa. Proprio come i loro colleghi che hanno un contratto subordinato. Ma con la differenza che non hanno ferie, giorni di malattia, o maternità.

L’imprenditore dipendente.  Lavoratore e azienda si mettono insieme, il primo ci mette la forza lavoro, il secondo il capitale e condividono il rischio di impresa, quindi gli utili e le perdite. Questa è in sintesi l’associazione in partecipazione. Quando Tamara è entrata in un’importante azienda dell’intimo credeva che fosse un modo per avere maggior potere decisionale e invece si è trasformata in un imprenditore dipendente, con in rischi del primo e gli svantaggi del secondo: “Non decidevo assolutamente nulla  – racconta – l’azienda mi diceva quanti e quali prodotti ordinare, non potevo neanche scegliere cosa mettere in vetrina. Nessuna responsabilità a parte quella di non lasciare mai il negozio scoperto e così non potevo permettermi di assentarmi mai. Niente ferie, nessuna liquidazione”. Oltre il danno anche la beffa, quando ha deciso di andarsene l’azienda ha reclamato 11 mila euro di perdite che avrebbe accumulato durante i mesi di attività nel negozio.

I sindacati hanno spesso denunciato che questo tipo di contratto negli anni veniva usato dalle aziende per mascherare un rapporto di subordinazione. Secondo il testo originale della riforma  questo tipo di contratto doveva sparire e poteva essere utilizzato solo tra parenti. Sono bastate poche righe durante la discussione in Parlamento per modificare la vita di più di 50 mila persone. Oltre ai parenti le aziende possono fare ricorso a questo contratto per “tre unità per ogni attività”, un numero che, se inteso per punto vendita e non per azienda madre, supera anche la quantità di personale richiesta in ogni negozio.

La riforma resisterà? Cosa si può mantenere e cosa invece si deve modificare della riforma Fornero? Nella sua Agenda, Mario Monti la definisce un “passo avanti verso un modello di flessibilità e sicurezza”, da cui “non si può fare marcia indietro”. L’impianto, quindi, resta. Si può però migliorare”, monitorandone l’attuazione e “attuando le correzioni possibili”. Per il Pd sono necessarie modifiche per i lavoratori a progetto e a partite Iva: “In questo caso la contribuzione previdenziale va resa omologa a quella del lavoro autonomo e non dipendente”. Secondo Cesare Damiano, ex ministro del lavoro nel governo Prodi, la riforma Fornero va corretta profondamente: “Bisogna  –  spiega –  stabilizzare il lavoro, dando vantaggi alle imprese ma non si può assolutamente tornare alla Biagi”.

Chi invece vorrebbe riportare le lancette dell’orologio indietro è il Pdl: ritorno alla legge Biagi sulla flessibilità in entrata; interventi di riforma sull’orario di lavoro, per poter agire su questa leva con l’obiettivo di aumentare la produttività. “Da noi si lavora in media 40 ore alla settimana, la media europea è 48” – spiegano da via dell’Umiltà.

Chi proprio non ha digerito la riforma Fornero è senza dubbio il mondo delle imprese: “L’obiettivo di dare stabilità ai giovani  –  spiega Confidustria  –  ha comportato nei fatti vincoli eccessivi con l’effetto negativo di ridurre l’occupazione”. Quali proposte dunque? Modificare le regole contrattuali modellandole sulla realtà del lavoro, evitare che la stabilità si traduca in rigidità eccessive per le aziende e quindi provochi espulsioni.

La speranza di Stefano, Sabrina, Tamara, Lorenzo è che il tempo delle proposte finisca presto e che possa cominciare l’epoca delle decisioni forti. Se lo chiedono in tanti, hanno nomi, facce, trasportano storie di precarietà vissuta.

 

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