Il segreto del boom tedesco? La politica industriale. (i lati oscuri della Germania di cui nessuno parla)


Il successo tedesco dipende da politica industriale e tasso dell’euro più che dalle riforme.

Roberto Scaramuzza - Linkedin profile

Roberto Scaramuzza – Linkedin profile

BERLINO – Una giornalista tedesca, Kathrin Fischer, ha pubblicato un libro sulle insicurezze della generazione dei 30-40enni dal titolo enigmatico di “Generazione Laminato”. Non propone che la gente debba mettersi a installare fogli di laminato nelle case borghesi, ma si riferisce a una costatazione squisitamente piccolo-borghese: un tempo la classe media tedesca viveva in case con il parquet, e adesso si deve accontentare del laminato.

Non che sia un dramma particolarmente grave: siamo certi che in Grecia e Andalusia la gente se la passi assai peggio.

È comunque indice di qualcosa di sorprendente: il paradosso della crescita tedesca, che sta lasciando indietro intere classi sociali, e che – a detta di alcuni – sembra polarizzare i redditi.

La percezione è che, oltre a successo economico e nuovo potere continentale, lo spettro dell’inflazione inizi a serpeggiare per la società germanica. I lavoratori a reddito fisso e i pensionati iniziano a provare un sentimento di “Angst” (“ansia”, ma con sapore più letterario), in merito alla possibilità di salvarsi dalla povertà negli anni a venire. È un tema importantissimo, che ha contraddistinto anche le discussioni in merito alle elezioni del Land della Bassa Sassonia il 20 gennaio.

È una storia che potremmo intitolare “anche i tedeschi piangono”. La borghesia colta è colpita dal fenomeno: salari bassi e costi della vita in aumento dettano l’agenda delle discussioni nelle birrerie.

Nelle grandi città tedesche si calcola che nel 2013 l’aumento degli affitti possa arrivare al 10%, mentre oltre 7 milioni di contratti di lavoro non arrivano a garantire 450 euro al mese.

È un paradosso: dalla crisi, la Germania è stato l’unico grande paese del continente a veder diminuito il proprio tasso di disoccupazione, ma ciò sembrerebbe essere avvenuto a spese del livello dei salari.

Dati allarmanti arrivano dalla distribuzione del patrimonio: il 10% più ricco della popolazione controlla oltre il 50-60% delle proprietà (a seconda delle fonti), rispetto al 40% nel 1993.

«Quando parlo di Laminato», dice Kathrin Fischer, «uso una metafora: non si tratta in realtà del materiale in sé, ma di crescente insicurezza. È un simbolo per chi, come membro della classe media è stato colpito dal crescente divario sociale tra ricchi e poveri. La gente sente sulla propria pelle i numeri della Oecd che dicono che in nessun altro Paese la disuguaglianza è cresciuta tanto come in Germania».

La responsabilità del tutto sarebbe da rintracciare in una serie di riforme portate avanti dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, introdotte nei primi anni duemila, che avrebbero ridotto il costo del lavoro.

Ciò avrebbe stimolato la produttività del sistema economico tedesco – con record su record nelle esportazioni – ma lo avrebbe fatto a spese dei lavoratori dipendenti.

Ci riferiamo qui non solo a una serie di riduzioni nelle tasse, ma anche all’introduzione di contratti di lavoro definiti “mini-job”, che offrono la possibilità di assumere persone praticamente a tempo pieno, senza dover corrispondere significativi contributi sociali, e senza alcuna garanzia per il dipendente.

Per le statistiche, a febbraio 2012 ogni quattro contratti di lavoro dipendente, uno era regolato con questa fattispecie – in costante aumento da anni. Circa cinque milioni di tedeschi avevano esclusivamente un contratto da meno di 450 euro, mentre altri due milioni ne avevano due, per un totale di 7,45 milioni di occupati (63% donne). Di questi, circa 800.000 pensionati hanno un “mini-job”.

L’intellighenzia tedesca è fortemente critica in merito agli aspetti sociali ed etici delle riforme del lavoro. Thomas Druyen, professore presso il viennese “Istituto per la Comparazione della Cultura del Patrimonio” e autore del libro La Guerra della Bigotteria (“Krieg der Scheinheiligkeit, Maxlin), sostiene che la polarizzazione economica sarebbe il risultato di movimenti non solo di matrice tedesca, ma anche di tendenze globali nella concentrazione del patrimonio. La cultura dei “super-ricchi” si sarebbe diffusa anche in Germania: «la formazione della proprietà dipende da speculazioni e transazioni finanziarie cui solo una parte minima della popolazione è in grado di prendere parte».

Il sociologo delle élite Michael Hartmann, professore presso l’Università Heinrich Heine di Düsseldorf, è anch’egli critico rispetto alle riforme, ma per un altro motivo: non vede particolari collegamenti tra riduzione del costo del lavoro e successo economico tedesco. Con le riforme degli anni duemila sarebbe venuto a formarsi il fenomeno dei “working poor”, esploso con la crisi, ma «i prodotti che la Germania esporta sono di alta gamma, in cui i costi della manodopera hanno importanza minima». I dati sembrano confermare questo punto di vista: il lavoro nel costo di produzione di una macchina conta al massimo per l’8 per cento. Inoltre, i “mini-job” sono popolari in settori quali la gastronomia e il turismo, che poco hanno a che fare con le Bmw vendute in Cina e negli Stati Uniti.

Sembra confermata, a questo punto, l’idea che gran parte del successo esportativo tedesco dipenda dalla politica industriale e dal favorevole tasso di cambio dell’euro, più che dalle riforme del lavoro. È un punto su cui concordano anche gli opinionisti più favorevoli alla riforma. Il direttore dell’“Istituto Economico Tedesco” di Colonia, Michael Hüther, sottolinea però come le riforme del lavoro abbiano contribuito a creare un mercato per chi prima era disoccupato, perché i contratti troppo cari non consentivano di trovare impiego per tutti.

«Con le riforme» dichiara Hüther «e una disoccupazione calata al 6%, è stata stimolata la domanda interna. È vero cioè che i lavoratori a reddito basso sono aumentati rispetto al totale della popolazione, ma se consideriamo il totale dei lavoratori occupati la loro quota è rimasta stabile». Ciò dimostrerebbe, cioè, che la Germania ha scelto minore disoccupazione e salari più bassi, piuttosto che l’opposto. Anche i liberali tedeschi dell’Fdp ricordano che molti dei mini-jobber sono studenti, o persone che, in altre condizioni, non lavorerebbero. «Del resto» sostiene Hüther «il coefficiente di Gini (che misura la concentrazione dei redditi – e non del patrimonio, ndr) è peggiorato solo fino al 2005. In seguito è rimasto stabile, e la riduzione della disoccupazione ha giocato un ruolo in questo senso».

Hüther riconosce comunque il problema che i “working poor” possano arrivare a formare una cultura sociale, come prima (e ancora oggi) potevano essere i “disoccupati di professione”, che tramandano consigli e idee per ricevere assegni statali di generazione in generazione. In questo caso, prosegue, «è necessario riformare il sistema di educazione e apprendistato, per integrarlo meglio con il lavoro, e stimolare la mobilità sociale».

Rimane da verificare se corsi di formazione e lezioni possano risolvere il problema. Dal punto di vista di alcuni sindacati, il problema non si lascia risolvere così facilmente. Alexander Herzog-Stein, direttore dell’Istituto di Studi Macroeconomici della Fondazione Hans Böckler (think-tank dell’unione federale dei sindacati Dgb), sottolinea come secondo alcuni studi sia in aumento la «persistenza tanto dei lavori scarsamente retribuiti, come dei rapporti di lavoro cosiddetti “atipici”. È diventato più difficile uscire dai salari minimi. Se si guarda attentamente dietro al “miracolo dell’occupazione tedesco” ci si rende conto che c’è ancora moltissimo da fare».

Eppure, sorprende un fatto: favorevoli e contrari alla riforma condividono praticamente lo stesso punto di vista sulla riforma. Tutti riconoscono che i record nelle esportazioni hanno poco a che vedere con il costo del lavoro. Lo sostiene Hüther, liberale, per il quale «il vero merito dei mini-job è stato quello di stimolare la domanda interna» – e ha poco a che vedere con il costo dei prodotti da esportazione. È innegabile che i mini-job, popolari tra ristoranti e alberghi, abbiano incontrato un impiego ancora ridotto nei settori ad alto valore aggiunto e dell’industria. Lo dichiara anche il filo-sindacalista Herzog-Stein della fondazione Böckler, secondo cui «Nei settori tradizionali dell’economia tedesca – automobilistico, industria meccanica – si è riusciti ad assicurare i posti di lavoro».

C’è disaccordo però sulle soluzioni. C’è chi invoca il salario minimo, discussione accesissima nel Bundestag da mesi. Ricorda il professor Hartmann da Düsseldorf: «l’11% degli occupati non arriva a guadagnare sette euro l’ora. Si dovrebbero garantire almeno 8,50 euro». È un punto di vista condiviso da molti degli intervistati.

Dal punto di vista italiano, sembra chiaro un punto: i mini-job in Italia esistono già. Contratti di collaborazione, partite iva e fattispecie ancora più estreme (come i finti soci-commessi) hanno azzerato gli oneri sociali negli stessi settori riformati dai contrattini tedeschi. Non si può sperare di introdurre una riforma del lavoro “alla tedesca” per risolvere i mali economici italiani. È evidente dai numeri: i contratti atipici italiani hanno tenuto in piedi la situazione occupazionale, nonostante il tracollo economico.

Il successo tedesco non si lascia quindi spiegare dal “fattore unico” delle riforme socialdemocratiche degli anni duemila. È il frutto di anni di investimenti in formazione e accorte politiche industriali, e soprattutto di una posizione monetaria in Europa che non è replicabile. Dalla riforma tedesca, l’Italia può apprendere una lezione di chiarezza (abbiamo quindici fattispecie contrattuali, declinabili per varie forme di part-time – e abbiamo ancora contratti unici nazionali, dalla Basilicata alla Lombardia, mentre i tedeschi differenziano da tempo tra Est e Ovest). Non si dimentichi che la polarizzazione dei redditi in Italia è assai peggiore rispetto a quella tedesca: secondo la Banca mondiale, siamo in una posizione peggiore rispetto alla Palestina, alla Guinea-Bissau e alla Siria. Il salario netto medio di un italiano è di circa 1.660 euro, rispetto ai 2.234 euro di un tedesco. È ora di investire nell’economia, non di ridurre i salari.

Advertisements