I 900.000 posti lavoro che per gli italiani sono un miraggio


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L’Italia manca di competenze tecnologiche. L’occupazione, per i carpentieri digitali e gli operai 2.0, ha un alto potenziale di crescita. Ma il paese è arretrato nell’Internet Economy. Futuro a rischio.

Sono lontani i tempi in cui gli idraulici andavano forte. Ora chi si intende di tubi e rubinetti non se la passa più tanto bene, ad avere un futuro garantito sono i carpentieri digitali, gli operai 2.0 che sanno tutto di nuove tecnologie invece che di viti, bulloni e sifoni.

È quello che emerge dal rapporto «Professioni e Lavoro nel 21° secolo» curato dal think tank Glocus che sarà presentato stamattina a Roma.

Entro il 2015 si prevede che in Europa ci saranno circa 900 mila posti di lavoro che si creeranno e che nessuno sarà in grado di occupare a causa della scarsità di figure professionali dell’information and communication technology.

È una cifra enorme in un’area dove la crisi sta falcidiando senza pietà l’occupazione ed è una cifra oltretutto che prevede uno sviluppo vicino nel tempo. Il carpentiere digitale, dunque. Ma non solo.

Mancano all’appello:

  • progettisti di sistemi informatici,consulenti di software
  • analisti e sviluppatori di applicazioni
  • esperti di usabilità e accessibilità
  • medici e operatori sanitari specializzati nell’assistenza domestica grazie alla domotica
  • ingegneri esperti nella tecnologie a basso impatto ambientale
  • esperti di sicurezza dei sistemi.

«Competenze trasversali e aggiornamento continuo sono le parole chiave delle professioni nell’era 2.0, dove aggiornarsi non vuol dire modificare il proprio profilo professionale bensì aggiornare e potenziare le proprie competenze specifiche, ridisegnandole e arricchendole in funzione del nuovo ambiente digitale e del loro diverso impatto sui diversi settori», è scritto nel rapporto. Vuol dire che ad essere impallinate sono non tanto le figure professionali in sé ma quelle di chi non guarda dove va il mondo, chi non si apre alla rivoluzione in corso. Aggiornarsi è l’unica parola d’ordine esistente in tutt’Europa ma in alcuni Paesi in particolare.

Infatti l’Internet Economy italiana contribuisce alla formazione del Pil appena per il 2%, circa 32 miliardi di euro, (studio McKinsey) rispetto alla media europea del 4% con picchi del 7% in paesi come Germania e Nord Europa.

«Se raggiungessimo la media europea è come se avessimo ogni anno 4 finanziarie italiane», sottolinea il rapporto.

In particolare in Italia si è «registrato un calo dell’occupazione relativa a posizioni di lavoro con competenze definite come «high skills», a fronte di un aumento medio europeo del 2%.

A ciò si accompagna un aumento della domanda per professioni a qualifica più bassa (3% «low skills», cui si somma un minimo calo anche per le professioni a qualifica «medium»).

Nel 2012 in Italia, infatti, solo il 4% delle imprese ha assunto o cercato di reclutare specialisti Ict, uno dei valori più bassi della Ue-27+, insieme con Romania e Portogallo, valore pari alla metà della media Ue (8%).

Di fronte a quest’analisi che, tutto sommato, apre speranze bisogna però cambiare radicalmente le politiche del lavoro e della formazione in Italia. «Abbiamo avanzato alcune proposte strutturali – spiega Linda Lanzillotta, presidente di Glocus e vicepresidente del Senato – perché riteniamo che siano importanti gli interventi di emergenza messi a punto per fronteggiare la crisi ma è necessario anche prevedere interventi per preparare i lavoratori a un mercato ormai cambiato».

Il think-tank propone la riforma del diritto del lavoro e l’introduzione della formula contrattuale della flexsecurity ma anche una riorganizzazione decisa dell’istruzione a partire già dai cicli della prima infanzia.

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