Un’ agenzia per trovare un’occupazione all’estero


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Meglio ammettere la sconfitta del sistema Italia e limitare i danni

Chi è dotato ed eccelle nella propria professione, potrà avere un supporto operativo per trovare un’occupazione all’estero. Questa la formula di “T-Island”: la società verrà costituita il 18 novembre prossimo, e scenderà in pista a partire dall’1 marzo 2014, attivandosi per fare incontrare domanda e offerta su scala internazionale. Socio di maggioranza è lo stesso Alberto Forchielli, esempio ideale di talento dalle radici imolesi con una prestigiosa carriera professionale sviluppata per lo più all’estero, tra Europa e Cina.

I lavoratori da aiutare? Sono professionisti e artigiani: ingegneri, architetti, economisti, ricercatori, ma anche geometri, ma anche chef, camerieri, carpentieri, sommelier e infermieri, e il personale alberghiero.

Osserva Stefano Carpigiani, Ceo di T-Island a proposito della nuova società di collocamento: “Non esistono oggi in Italia agenzie che si occupino esclusivamente di offrire la possibilità a giovani e meno giovani di ricollocarsi all’estero in modo efficiente ed efficace. Molte delle agenzie di lavoro in Italia e in Europa hanno alcune piccole sezioni dedicate al lavoro all’estero ma, principalmente, rimandano alla propria sussidiaria locale che si occupa, generalmente, di trovare lavoro per i residenti. Quanto sembra però mancare sul mercato sono gli specialisti del matching tra domanda, internazionale, di lavoro e l’offerta, italiana, di talenti e manodopera. In altre parole, non esiste alcuna possibilità strutturata di iniziare un percorso che possa portare con semplicità coloro che sono disposti ad andare a lavorare all’estero a concretizzare questa necessità. Ma oggi _ sottolinea Carpigiani – è possibile identificare il giusto lavoro per la maggior parte di coloro che sono disposti ad andare all’estero ed è possibile creare percorsi formativi e di integrazione di grande impatto“.

Sempre di più i giovani italiani bussano alle porte della Cina per trovare lavoro o per essere occupati, fare esperienza, anche senza stipendio. Basta imparare, mettere lo stage nel curriculum per un futuro impiego. Anche ad Osservatorio Asia e al Fondo Mandarin arrivano richieste, sempre più numerose e qualificate. Giovani italiani, seri e preparati, sono disposti a lavorare in un Paese lontano, difficile ed esposto alla concorrenza come la Cina per cercare reddito e il dinamismo di una società in crescita rispetto alla decadenza europea.

Si stima che ci siano almeno 9mila giovani italiani nella Cina continentale, escluso Hong Kong (di cui 4.501 iscritti all’Aire), triplicati negli ultimi anni, che hanno creato l’Associazione Giovani Italiani in Cina (Agic). Sono frammenti di un fenomeno più vasto e terribile. Le ultime stime dell’Istat sono impietose: la disoccupazione giovanile ha superato il 40%. È un’emergenza nell’emergenza. Per molti di questi giovani è stato coniato un termine: sono Neet, not in employment, education or training. In altre parole: non hanno nulla da fare, anche se sarebbe più preciso affermare che non viene loro offerto nulla da fare. Il fenomeno è globale: gli ingegneri spagnoli cercano lavoro in Messico, quelli portoghesi in Brasile e Angola. I cervelli italiani più preparati e disponibili ambiscono alle Università statunitensi, ma non disdegnano lavori sottopagati a New York, Londra o Berlino. Si uniscono all’esercito di lavoratori umili e volenterosi che ha lasciato l’Italia per un’occupazione, per un futuro e per dare dignità al presente.

I grandi resort internazionali e i ristoranti italiani in Cina sono pieni di personale italiano che lavora con classe e dignità. I governi italiani avrebbero potuto evitare prima o alleviare dopo questo problema. Le loro responsabilità partono dagli anni 70, ma anche economisti, sindacalisti, banchieri hanno fallito l’obiettivo. La spesa pubblica è stata la copertura velenosa delle incapacità. I partiti di governo, Dc in testa, ne portano la responsabilità fin dagli anni 70 quando le premesse del disavanzo e del debito furono create, ma anche il Pci, il principale partito di opposizione, si è adagiato sull’aumento della spesa e del debito, quando serviva a soddisfare anche il suo elettorato. Basti pensare alle baby pensioni, alle spese improduttive al Sud, all’aumento incontrollato del pubblico impiego. La ricompensa per la classe politica è stata la bassissima stima di cui gode.

Per riscattarsi potrebbe offrire un barlume di speranza: chiedere scusa ai giovani e aiutarli a trovare lavoro all’estero, non in Italia dove sarà impossibile per decenni e dovrebbe riconoscere di aver venduto false illusioni e di essere intervenuta con palliativi. Aiutare i nostri ragazzi ad andare all’estero è una sconfitta ed è anche una perdita economica, perché abbiamo formato, spesso bene, persone spendendo risorse pubbliche. Ma sarebbe una sconfitta ancora maggiore non dare loro sbocchi professionali. Un giovane che non lavora per due o tre anni perde gran parte delle competenze accumulate, non ne sviluppa di nuove e perde fiducia. Tenerli in Italia senza lavoro è un’ulteriore sconfitta per le persone e per il Paese.

La realtà è più drammatica di quello che vogliono farci credere: il lavoro non sarà creato, perché il Paese non è competitivo su scala globale, non ci sarà sviluppo per molte generazioni e non ci saranno opportunità di lavoro per i nostri giovani e forse neanche per gli italiani che devono ancora nascere. La speranza che derivava dall’euro e la sicurezza della moneta comune sono svanite di fronte a crisi e inazione. La cosa più grave è che nessuno dei nostri attuali leader ha idea di come si crea un Paese competitivo, perché non l’hanno mai visto, non sanno di che cosa parlano e non stanno facendo nulla di utile. È in corso un crimine morale e intellettuale verso i nostri giovani.
Vorrei vedere nascere agenzie private di collocamento del nostro lavoro su scala internazionale che aiutino i nostri giovani ad andarsene da un’Italia senza speranza. Saranno utili gli strumenti della rete e degli accordi intergovernativi. I Paesi emergenti hanno bisogno di professionalità, quelli industrializzati di cervelli, individualità, buona volontà. In Italia non mancano ma non sono valorizzati. Non si tratta solo di lavoratori intellettuali, dei quali Almalaurea dell’Università di Bologna ha già un utilissimo database con milioni di nomi. L’opportunità va offerta a tutti, dai camerieri ai cuochi, dagli operai edili ai sommelier. Queste agenzie, se nascessero, sancirebbero il fallimento passato.

L’intervento pubblico deve smetterla con la retorica e un’intera generazione è stata turlupinata nelle sue giuste ambizioni. Dovrebbe invece fare una cosa più intelligente: ammettere la sconfitta del sistema Italia. Dovrebbe negoziare con gli altri governi un sistema complesso, fatto di opportunità nascoste, settori in crescita, tutela dei nostri giovani all’estero. Le possibilità sono infinite, tutte migliori di disperazione e declino. Si abbia il coraggio di assumersi le responsabilità di fronte a milioni di giovani ai quali non viene offerto un diritto inalienabile e poi si cerchi di correggere i guasti.

Un Paese senza giovani muore, ma non possiamo pensare che tutti partano, molti rimarranno per le ragione più varie, ma non possiamo permetterci il lusso di perdere la metà di intere generazioni di giovani. Eventualmente ai giovani che vanno a lavorare oggi all’estero si potrebbe garantire un vantaggio fiscale se vorranno rientrare. Non sarebbe la prima volta e alcuni precedenti sono nobili: nel Rinascimento lo Stato italiano non esisteva, ma dal nostro Paese partivano le migliori menti, i talenti più versatili, gli artigiani più preparati e davano lustro alle corti europee che li valorizzavano.

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